giovedì 21 novembre 2019

PESCA SOSTENIBILE, LA MARINERIA PROVA AD ANTICIPARE L'EUROPA E A RIDURRE LO SFORZO A 72 ORE: MA LA CAPITANERIA, LEGGE ALLA MANO, DICE DI NO

Meno ore divise in più giorni di pesca, un’alta probabilità che il prezzo al mercato aumenti, per la soddisfazione di un’intera categoria portante. Tutto era pronto, a Chioggia e nelle altre marinerie venete, per la sperimentazione assoluta di un nuovo sistema in ottemperanza a quanto chiede l’Unione Europea a partire dal 2020: ma lo sforzo semestrale delle cooperative di pesca trova lo scoglio della Capitaneria di Porto di Chioggia, che non firma l’ordinanza apposita in quanto viene rilevato un contrasto con la disciplina legislativa ministeriale della “giornata di pesca”. E così, complice anche il cambio di governo avvenuto a fine estate, tutto torna di nuovo in alto mare: per la delusione dei pescatori, che già assaporavano la possibilità di trascorrere più tempo in famiglia durante le prossime feste natalizie.
La questione, molto complessa, è quella che origina dai decreti europei intercorsi tra la fine dello scorso anno e l’inizio di quello che sta andando a concludere, che dal prossimo anno impongono la riduzione dell’8% rispetto alle 160 giornate di pesca attuali, ovvero 12 giorni in meno poi ritoccati in base alle classi di grandezza tra barche diverse. In previsione del futuro incremento dei giorni di riposo per l’ulteriore 8%, che avrebbe significato depennare 26 giorni dal calendario ittico rischiando di andare sotto quota 130 giornate (il punto di non ritorno per la sostenibilità di un’azienda), le cooperative del settore come le chioggiotte Mare Azzurro, Confcooperative e Federpesca avevano deciso fin dallo scorso aprile di non farsi trovare impreparate e di anticipare la soluzione della vertenza.
L’accordo era stato trovato attorno a 72 ore settimanali in 5 giorni di uscita, in luogo delle attuali 96 lungo 4 giorni, ed era stato confermato dalla raccolta di firme con consenso pressoché unanime in tutta la marineria clodiense senza distinzioni di stazza. Anzi, la soluzione era stata gradita anche ai restanti comparti veneti, e i dirigenti cooperativi avevano coinvolto anche i pescatori friulani, romagnoli e marchigiani verso una comune disciplina adriatica. Oltre ad essere un modo di ottemperare alle regole dell’Unione Europea, “restituendo” giorni al riposo del mare ma senza gravare sui pescatori, la prospettiva di una riduzione spontanea si sposava anche al fatto che il prodotto, presente nei mercati anche il sabato mattina, avrebbe consentito di compensare il giorno lavorativo in meno.
Nonostante il cambio della guardia al ministero romano, con l’assenza di interlocuzione per oltre un mese, la commissione regionale aveva agevolato il ragionamento delle coop, fino alla delibera valutata positivamente con l’aiuto della Direzione Marittima di Venezia. Ma a pochissime ore da quando il progetto era pronto a decollare, il comandante della Capitaneria di Porto di Chioggia Michele Messina nega l’adozione dell’ordinanza necessaria a instaurare il nuovo regime: quest’ultimo infatti contrasta con la definizione ICCAT della giornata di pesca, ritenuta tale dal momento in cui vengono sciolti gli ormeggi a quando il peschereccio rientra. Secondo il capitano Messina, la firma di un’ordinanza siffatta contrasterebbe con il decreto legislativo ministeriale e quindi sarebbe passibile di annullamento e non solo.
Il comandante ha così informato il livello centrale della sua non volontà in materia, adducendo naturalmente le opportune motivazioni, e da Roma è arrivato appunto il divieto di erogare le 72 ore in 5 giorni, continuando invece con il corrente regime dei 4 giorni lavorativi pieni. «Peccato – afferma Marco Spinadin di Confcooperative – perché quella soluzione, fondata sulle ore e non sui giorni di lavoro, avrebbe risolto anche il problema di chi parte prima della mezzanotte per poi venire sanzionato».
La stessa Capitaneria, tuttavia, aveva suggerito di inserire la questione delle 72 ore nel decreto per il fermo pesca, ma c’era stata la necessità di tenere assieme tutti i comparti veneti attraverso lo strumento dell’ordinanza. Ora la situazione è di stallo: le cooperative riconoscono che sarebbe stato preferibile un provvedimento nazionale per l’Adriatico, che dovrà comunque arrivare dal momento che le raccomandazioni del Consiglio Generale per la Pesca nel Mediterraneo comporta l’adozione di decreti conseguenti. «Si è persa comunque un’occasione importante – conclude Spinadin – per essere i primi a sperimentare nuovi tempi di vita e di lavoro, autoriducendo lo sforzo in nome della sostenibilità, quale esempio anche per gli altri. Le cooperative e i loro presidenti si sono adoperati “allo stremo” per arrivare al risultato in cui tutti credevano, ma la speranza non è perduta».

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